accertamento-induttivo

Ancora una volta i Tribunali territoriali, in ossequio all’orientamento della Suprema Corte ribadiscono il principio secondo cui, ai fini dell’affermazione di responsabilità penale in relazione ai reati fiscali, non è sufficiente la verifica sul superamento della soglia avente rilevanza penale,  laddove l’accertamento sia stato effettuato con criteri meramente induttivi.

Per accertamento induttivo si intende quello effettuato dall’amministrazione finanziaria, deducendo quali costi, per determinare l’utile imponibile, una quota fissa pari ad una percentuale dei ricavi, secondo criteri prestabiliti dall’organo accertatore, quali ad esempio l’incidenza media delle spese in attività analoga ( ad esempio il 30% dei ricavi).

Con sentenza del Tribunale di Vercelli del 19 febbraio 2016 a carico di imputato del reato di cui all’art. 5 D. L.vo  74/2000 per non presentato dichiarazione dei redditi per un anno d’imposta, non versando la relative imposte IVA ed Irpef, l’imputato veniva assolto, perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, per le ragioni che seguono.

Il superamento della soglia di punibilità  del novellato art. 5 D. L.vo  74/2000, pari ad € 50,000 per ogni imposta evasa non può essere accertato esclusivamente secondo i criteri induttivi di cui sopra.

Occorre, valutare, altresì, tutti gli elementi raccolti nel corso dell’istruttoria dibattimentale.

Nel caso di specie, la difesa aveva provato anche attraverso l’escussione di testi, sebbene in assenza di documentazione sul punto, di costi di produzione sebbene non specificatamente quantificati,   mai dedotti dall’amministrazione finanziaria.

L’istruttoria, pertanto, evidenziava come l’accertamento dei costi di produzione secondo  i criteri dell’organo accertatore era da ritenersi del tutto inadeguato.

Pertanto in assenza di prova rigorosa in ordine al superamento della soglia di punibilità dell’imposta evasa, il  Tribunale pronunciava sentenza assolutoria, essendo il  solo metodo induttivo  insufficiente per le ragioni sopra esposte.

 

Bonus informatico

La Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza Forense ha previsto per gli avvocati un bonus che potranno incassare come rimborso per l’acquisto di apparecchi informatici e tecnologici.

Il rimborso è destinato a tutti gli avvocati che hanno sostenuto queste spese durante l’anno 2016 e sarà pari al 50% della cifra totale investita, con un limite massimo di euro 1.500,00.

I prodotti per i quali si avrà diritto a richiedere il rimborso saranno stampanti, fax, computer e software necessari per l’attività di legale in studio e per il corretto svolgimento della professione.

Potranno fare richiesta del predetto bonus tutti coloro che sono iscritti alla Cassa Forense, gli avvocati impiegati presso studi legali o i praticanti abilitati che hanno dichiarato i propri redditi professionali in misura non superiore ai 40.000,00 euro annui.

Per ottenere il rimborso alla richiesta sarà necessario allegare scontrini e fatture che attestino l’avvenuto acquisto del materiale e la fotocopia del documento d’identità dell’avvocato che chiede il rimborso.

La domanda potrà essere trasmessa tramite e-mail, o tramite raccomandata alla Cassa Forense, tassativamente entro il 16/01/17.

Per comodità, si allega in pdf il modello di domanda da inviare al seguente indirizzo: Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza Forense – Servizio Assistenza e Servizi Avvocatura – Via G. G. Belli n. 5 – 00193 Roma.

Tutti coloro che invieranno la richiesta di rimborso nei termini, saranno inseriti in una graduatoria stilata secondo criteri di precedenza inversamente proporzionali all’ammontare dei redditi dichiarati; in caso di parità di reddito, la precedenza verrà attribuita al candidato anagraficamente più giovane; se dovessero essere ancora pari, il rimborso sarà erogato al professionista che ha la maggiore anzianità di iscrizione alla Cassa.

Gestione e sicurezza

Da oggi si potrà mettere ai figli il cognome della madre insieme a quello del padre o anche solo quello della mamma: rimossa una disparità di trattamento.

La Corte Costituzionale ha accolto la scorsa settimana un ricorso presentato dalla Corte d’Appello di Genova sulla possibilità di dare il cognome della madre ai figli dichiarando l’illegittimità costituzionale della norma che prevede l’attribuzione, in via automatica, del cognome paterno al figlio legittimo, anche in presenza di una diversa volontà dei genitori.

Tale norma, in realtà, non era neppure esplicita, in quanto non prevista in modo specifico da alcuna disposizione di legge, ma desumibile da alcuni articoli del codice civile (in materia di figli nati fuori dal matrimonio), da un regio decreto del 1939 e da un decreto del Presidente della Repubblica del 2000, che, in sostanza, imponevano l’attribuzione automatica del cognome paterno ai figli legittimi nati dal matrimonio anche se i genitori erano concordi ad attribuire al minore entrambi i cognomi.

Pur non essendo ancora stata depositata la motivazione della sentenza, secondo quanto trapelato, la pronuncia della Corte Costituzionale che sancisce l’illegittimità del sistema del cognome del padre attualmente in vigore, sarebbe basata sulla violazione dei seguenti articoli della Costituzione: articolo 2 (diritto all’identità personale), articolo 3 (diritto di uguaglianza e pari dignità sociale dei genitori nei confronti dei figli), articolo 29 (diritto di uguaglianza morale e giuridica dei coniugi), e anche all’articolo 117 della Costituzione in relazione a principi contenuti in convenzioni e risoluzioni internazionali su tutte quella del 1979 dell’Onu sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne.

In forza di tale pronuncia che oltre ad essere retroattiva, è vincolante per tutti i cittadini italiani e le istituzioni a partire dal giorno dopo la sua pubblicazione, viene meno la trasmissione automatica del cognome paterno: il figlio potrà avere, da oggi, contemporaneamente il cognome del padre e il cognome della madre o anche solo quest’ultimo se i genitori sono d’accordo.

E se non sono d’accordo? Non essendovi allo stato una legge, ma solo una sentenza, non è dato sapere; per cui sarà necessario un intervento del Parlamento che disciplini l’intera materia.
In questi casi, al momento, è presumibile il ricorso al giudice che dovrà decidere in base all’interesse del minore.

controlli ALCOOL/DROGA

Una novità prevista dalla riforma del Codice della Strada che approderà nei prossimi giorni in aula al Senato.

Ritiro immediato della patente per chi è sorpreso alla giuda col cellulare in mano. Questa è solo una delle novità previste dal nuovo Codice della Strada, la cui riforma era stata approvata dalla Camera nell’ottobre del 2014, per poi rimanere bloccata per due anni al Senato e che ora è stata calendarizzata per l’esame finale, con lo scopo di approvare il testo definitivo prima di Natale.

La riforma mira, in primo luogo, a colpire tutti quei comportamenti “distratti” alla guida, con provvedimenti mirati come il ritiro della patente immediato (da 15 giorni fino a 2 mesi) se il conducente è sorpreso ad utilizzare lo smartphone e/o il tablet alla giuda, sino al sequestro amministrativo del telefono per verificare se un incidente sia avvenuto a causa dell’utilizzo improprio di tale dispositivo.

Nonostante la severità della normativa già in vigore che prevede una multa di euro 161,00 e la decurtazione di n. 5 punti dalla patente, che, in alcuni casi, può essere sospesa da 1 a 3 mesi se il conducente compie un’altra violazione nel corso dei due anni successivi, i dati statistici (rapporto Dekra sulla sicurezza stradale) evidenziano, infatti, dati allarmanti in quanto il 75% delle persone alla guida parlerebbe al telefono, leggerebbe o scriverebbe messaggi o addirittura navigherebbe sui social.

Da qui la necessità di un ulteriore inasprimento delle sanzioni.

certificato penale

Nella nota apparsa in data 8.02.2016 si è messo in evidenza la recente opera di depenalizzazione voluta dal Governo, che ha cancellato una serie di ipotesi di reati previsti nel nostro ordinamento.

Nel richiamare integralmente le fattispecie indicate nella nota di cui sopra si osserva quanto segue.

Cosa si può fare in relazione alle sentenze già passato in giudicato aventi ad oggetti le fattispecie non più previste dalla legge come reato?

L’ordinamento consente al condannato di chiedere la revoca della sentenza o del decreto penale di condanna per fatti che non costituiscano più illeciti penali, attraverso lo strumento dell’incidente d’esecuzione (art. 673 c.p.).

A mezzo di un’istanza da inoltrare al Giudice dell’esecuzione, ovvero il Giudice incaricato di decidere sui provvedimenti già divenuti irrevocabili, si chiederà la revoca del provvedimento e la relativa cancellazione dal certificato penale.

A seguito di tale provvedimento la cancelleria provvederà a eliminare l’iscrizione della precedente sentenza di condanna.

E’ pertanto onere di coloro che abbiano interesse a quanto sopra descritto attivarsi a tal fine, posto che, la cancellazione non avverrà in automatico.

mutui casa banche

Il Consiglio dei Ministri ha approvato negli scorsi giorni il decreto legislativo ( “c.d. decreto mutui”), che recepisce la direttiva comunitaria sui mutui (direttiva 2014/17/UE), attribuendo alle banche la possibilità di riprendersi l’immobile quando l’inadempimento nel pagamento del mutuo si protrae per 18 rate.

La riforma introdotta in sostanza può così riassumersi:

  1. Occorre preliminarmente precisare che la nuova disciplina non ha alcun effetto retroattivo e non si applicherà, quindi, ai contratti di mutuo già in corso, ma solo a quelli successivi all’entrata in vigore del provvedimento.
  2. In secondo luogo, non si tratta di una previsione obbligatoria per tutti i contratti, ma di una clausola facoltativa (c.d.”clausola di inadempimento”) anche se, in realtà, la forza contrattuale della banca, al momento di erogare il mutuo, difficilmente consentirà al consumatore di trattare sulle singole condizioni del contratto.
  3. Con la sottoscrizione della “clausola di inadempimento”, la banca avrà la facoltà, in caso di morosità del cliente, di vendere l’immobile dato in garanzia e di soddisfarsi sul ricavato, senza dover azionare la procedura di pignoramento e le aste giudiziarie; nello stesso tempo il mutuatario sarà totalmente liberato da ogni debito, anche se il prezzo ottenuto dalla vendita dell’immobile dovesse essere inferiore al credito residuo della banca.
  4. Tra gli altri limiti imposti rispetto all’impianto originario della normativa è stato anche previsto, nel caso in cui il cliente accetti di firmare la “clausola di inadempimento”, l’obbligo di assistenza di un consulente per il cittadino che illustri contenuto e conseguenze di tale previsione.

In caso di mancata sottoscrizione della clausola, troveranno, invece, applicazione le vecchie regole che prevedono la risoluzione del contratto di mutuo al mancato pagamento di 7 rate e la normale procedura di espropriazione forzata che si concluderà con la vendita all’asta.

Attenzione!! In questo caso, però, se dalla vendita si dovesse ricavare un prezzo inferiore al debito residuo, il mutuatario non sarà liberato dall’obbligo di pagamento.

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